🙅‍♀️Davvero l’industria musicale è ancora un club per soli uomini?

Negli ultimi giorni mi ha colpito un articolo letto su Glamour UK, intitolato “Music industry misogyny report”
👉 https://www.glamourmagazine.co.uk/article/music-industry-misogyny-report

È un’inchiesta seria, ben documentata, che racconta un’industria musicale ancora profondamente segnata da squilibri di genere. Poche donne nei ruoli decisionali, gap salariali persistenti, dinamiche di potere che rendono il percorso professionale femminile più faticoso, più esposto, spesso più solitario. Una frase in particolare sintetizza bene il senso del report:

“Women are still expected to prove their competence again and again in a system designed by and for men.”

È una fotografia reale. Sarebbe ingenuo negarlo.

Allo stesso tempo, però, sento il bisogno di aggiungere un livello di lettura che nell’articolo resta sullo sfondo. Un punto di vista che nasce dall’osservazione quotidiana del mondo indipendente, soprattutto in ambito Jazz e Indie italiano.

Qui, lontano dai grandi centri di potere del mainstream, sta succedendo qualcosa di interessante. E in parte già strutturato.

Esistono oggi artiste che non solo pubblicano dischi, ma pensano, costruiscono e governano il proprio progetto artistico. Donne che scrivono, suonano, producono, prendono decisioni, tengono insieme visione creativa e sostenibilità. Non come eccezioni, ma come prassi.

Penso ad album e percorsi come quelli di Valentina NicolottiErika PettiLucia Dall’OlioSara Rotunno. Quattro artiste diverse per linguaggio, estetica e scrittura, ma accomunate da una forte autonomia espressiva. One-woman-band nel senso più profondo del termine: non solo sul palco, ma nel controllo dell’intero processo creativo.

In questi casi il tema non è “dare spazio alle donne”, ma riconoscere competenze già mature. Qui non c’è bisogno di rivendicare nulla: parlano i dischi, la continuità del lavoro, la qualità delle scelte.

Lo stesso discorso vale per il mondo del live. Un ambito spesso raccontato come duro, competitivo, storicamente maschile. Eppure, oggi, chi lavora davvero nei festival, nel booking, nella produzione, sa che molte organizzazioni parlano al femminile. Donne che ricoprono da anni ruoli apicali, decisionali, strategici. Non figure di contorno, ma vere colonne portanti dei progetti.

Questo non significa che i problemi denunciati dal report non esistano. Esistono eccome. Ma significa che accanto a una narrazione necessaria – quella della denuncia – ce n’è un’altra che va raccontata con la stessa forza: quella del cambiamento già in atto.

Forse il punto non è solo quante donne entrano nell’industria musicale, ma dove possono davvero decidere. E l’ecosistema indipendente, con tutte le sue fragilità, sta dimostrando di essere uno spazio più permeabile, più orizzontale, più autentico.

Non perché sia perfetto.
Ma perché, spesso, è reale.

E quando la musica torna ad essere un fatto umano prima che industriale, le cose iniziano a muoversi davvero.

Questo, oggi, vale la pena dirlo. E continuare a raccontarlo.

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